Il potenziale economico armeno secondo Impact Hub e l’ambasciata di Svizzera

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Sorridenti, idealisti e pieni d’energie. Non hanno ancora vistato i villaggi fuori da Yerevan.

Impact Hub e ambasciata svizzera

In data 29 marzo 2016, Impact Hub Armenia ha organizzato un incontro con Lukas Gasser, ambasciatore della Confederazione Svizzera in Armenia. Per chi non lo sapesse, Impact Hub è un network presente in diversi paesi del mondo e conta, secondo il loro sito internet, circa 1.900 lavoratori e 11.000 iscritti. Il loro obiettivo principale è quello di far conoscere al resto del mondo imprese, ONG, personaggi e fondazioni implicate nello sviluppo sostenibile, ponendosi così come una sorta di « rete » estremamente decentrata. È un network che lavora nel e per il settore delle “imprese sociali” oggi molto alla moda, quelle insomma dove i lavoratori e i volontari sorridono sempre e comunque, tutti bravi ragazzi trentenni con il sorriso splendente a cui piace invitare gente che è andata in Burundi per spiegare alla gente come essere più felici. Nel caso dell’Armenia, Impact Hub è praticamente gestito da armeni della diaspora statunitense, che di armeno hanno molto poco e di americano molto (avete presente quell’entusiasmo sempre un po’ finto in stile americano ? Quello che quando gli dite quanti anni avete e cosa fate nella vita invariabilmente vi rispondono “oh! That’s so cool !” ? Ecco, sì, quelli).

L’altro giorno hanno invitato l’ambasciatore della Svizzera, Lukas Gasser, uomo tutto d’un pezzo esperto nella politica internazionale, campo nel quale lavora da più di vent’anni. A differenza di molti altri ambasciatori, mister Gasser sa quello che dice, è aperto alla discussione e ha delle capacità linguistiche e diplomatiche di ottimo livello. Evidentemente la Svizzera continua a non smentirsi e ha l’abitudine, bizzarra e incomprensibile per buona parte dei diplomatici europei e non solo, di formare e ingaggiare personale qualificato. Il contrario di altre ambasciate, dove, nonostante i salari che ricevono, i dipendenti disprezzano profondamente l’Armenia e gli armeni, trattandoli come dei subordinati da educare. Una mentalità un po’ colonialista che l’Europa e l’Occidente in generale fatica a grattarsi via. Ricordo ancora quando un impiegato dell’ambasciata francese asserì senza mezzi termini che l’OIF (Organizzazione Internazionale della Francofonia, di cui l’Armenia fa parte dal 2008) è “una merda inutile”. Fa dunque piacere incontrare ogni tanto un rappresentante di uno Stato europeo che vede potenziale e positività anche in un paese come l’Armenia.

L’incontro è avvenuto nei piani alti di uno degli ultimi edifici storici di Yerevan ancora rimasti in piedi, quelli che stanno in via Melikyan, proprio in parte a piazza della Repubblica, a pochi passi dal mercato Vernissage. È la via dove altre imprese equo-solidali e social-qualcosa hanno piantato le tende : One Armenia, AGUB, Birth Right… tutte vicine alla sede del partito Repubblicano, il partito politico che controlla il paese in questo momento e che è gestito dal presidente Serzh Sarksyan e compagni (di merende).

La presentatrice fa le dovute presentazioni e pone delle domande all’ambasciatore, il quale racconta il suo percorso diplomatico. Venezuela, Thailandia, Canada, Pologna. Due anni nel Gruppo di Minsk. Vent’anni di carriera. Dunque gli si chiede quali sono gli interessi della Svizzera in Armenia. Questione assolutamente legittima se si tiene in conto l’assoluta povertà dell’Armenia e, dunque, lo scarso interesse che questo paese rappresenta per uno come la Svizzera. L’ambasciatore risponde con un veritiero “l’Armenia esporta in Svizzera più di quando la Svizzera esporti in Armenia”, ma aggiunge che esistono progetti di sviluppo e cooperazione che stanno dando i loro frutti e qualche sorpresa. Principalmente, l’Armenia esporta in Svizzera parti meccaniche di orologi, come dimostra la scuola di modellaggio 3D della società Kerbedanz, gioielli e prodotti agricoli. La Svizzera ha avuto l’idea di permettere alla diaspora armena residente sul suo territorio di sfruttare un’antica e rinomata tradizione armena : quella della lavorazione dei metalli, della fabbricazione di gioielli, tradizione per la quale erano ancora famosi, fino all’altro ieri, in Siria.

Non solo immigrati, insomma, ma anche materie di prima qualità. Inoltre l’Armenia presenta un certo interesse turistico per la Svizzera, e infatti l’ambasciata sta cercando di investire in questo settore. L’conomia e il dinamismo dell’Armenia non sono tra i peggiori, ha poi aggiunto l’ambasciatore. Diciamo piuttosto che il paese cresce lentamente ma in maniera positiva. Un complimento d’oro per un paese che nel 2011 era, secondo Forbes, tra le peggiori economie del pianeta assieme a Madagascar, Guinea, Ucraina e Swaziland. Ancora oggi, nonostante una relativa ripresa, l’Armenia resta un paese ricco di contrasti, in cui il divario tra gli oligarchi che detengono il potere politico-economico del paese e il resto della popolazione, è immenso. Non potrebbe essere altrimenti in un paese dove il salario minimo è di circa 60.000 dram, cioè circa 110 euro al mese. Una delle “soluzioni” adottate recentemente dal governo armeno è quella di rendere tax-free le imprese installate nei villaggi al confine con l’Azerbaijan, nella regione montagnosa del Tavush. Mi è stato riferito che alcune sedicenti imprese equo-solidari si sono gettate a capofitto in questo nuovo e remunerativo

buisness dove è l’intermediario a guadagnare dal lavoro degli armeni che rischiano ogni giorno di farsi sparare da un azero lungo al confine. In pratica funziona così : l’impresa equo-solidale va in questi villaggi offshore, paga il minimo sindacale (per pagare meno tasse) agli abitanti per fargli confezionare qualche oggetto “made in Armenia” che poi verrà rivenduto, completo di foto di pezzenti sorridenti, al quintuplo del suo prezzo. A comprarlo saranno turisti e armeni della diaspora che, incantati da cotanto solidarietà patriottica, sono pronti a pagare prezzi assurdi al buon Samaritano di turno e a mettersi la coscienza a posto pagando dieci euro un portafogli decorato con motivi armeni e confezionato da armeni che vivono in qualche villaggio sperduto nel Tavush, a poche centinaia di metri dalla zona di conflitto.

 

Chi aiuta chi ?

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La vita quotidiana nei villaggi del Tavush, vicino alla frontiera con l’Azerbaijan.

Pensavo a questo e ad altro mentre osservavo il pubblico, ovviamente composto per la maggior parte da armeni della diaspora statunitense, generalmente di Los Angeles. Loro che con i loro dollari e sorrisoni beoti sostengono tutti questi progetti pseudo-equo-solidali, si fanno fotografare ogni tanto con qualche vecchio armeno con le pezze al culo, mettono l’immagine sul loro profilo facebook o sul sito della loro start-up e così pensano di aver dato una mano a quello che pretendono essere il “loro” paese d’origine. Bello fare l’eroe a distanza di sicurezza e farsi della pubblicità. Ma in che mondo vivono queste persone ? Come pretendono di “conoscere” l’Armenia e il suo popolo, la situazione in cui versa questo paese, quando guadagnano come se lavorassero in USA o Europa ? Basta guardarli in faccia per capire che stanno in un mondo parallelo. Non parlo di tutti i giovani e meno giovani della diaspora che vivono per un certo periodo in Armenia, sia ben chiaro. Parlo piuttosto di coloro che vivono in centro città, dove gli affitti sono come in Europa, escono da Yerevan solo un paio di volte all’anno a solo in compagnia, ancora meglio se con un tour organizzato, frequentano solo gente “come loro” con cui si montano vicendevolmente la testa e pretendono dare lezioni agli armeni. Sto parlando di loro, degli armeni “radical chic” che l’Armenia la conoscono solamente attraverso il filtro del loro egoismo patriottardo e pseudo-umanitario che vuol vedere un’Armenia da cartolina. Le volte che li interroghi su alcune questioni fondamentali come la violenza sulle donne, la corruzione, il controllo politico-economico degli oligarchi, la guerre e altro, sgranano gli occhi, farfugliano qualcosa e capisci che no, quello che vogliono vedere della “loro” Armenia è una cartolina postale da inviare a parenti e amici per fare i brillanti. Meglio restare tra noi, frequentare solo “artisti” e rimanere con la testa infilata sotto alla sabbia per non dire altrove. è più semplice così, almeno la mia autostima resta a galla, e poi è talmente faciel, con questi armeni che vanno in brodo di giuggiole non appena ti sentono parlare !

Veramente, questa gente non lo capiscono che fanno il gioco di quelle stesse dinamiche che sono alla radice di buona parte dei problemi dell’Armenia. Aiutare questo paese ficcando il panino in bocca alla sua gente e mettendo su una start-up, non serve a nulla se non a rendere gli armeni ancora più passivi e dipendenti di quello che già sono. E che di cambiamenti veri, radicali, che vadano a toccare i nervi scoperti che stanno alla base dei problemi che affliggono questo paese, non ne apportano. Danno giusto una pennellata qua e là, si fanno i selfie nei loro uffici che paiono quelli di New York o Parigi e poi via, facciamo finta che il resto non ci sia, e che vivere in Armenia è bello e commovente, la gente è felice anche quando è povera, qua, spero che non si sviluppino troppo perché se no si “snaturalizzano” e non mi piacciono più.

Un ultimo punto mi pare degni di interesse. Durante la serata si è parlato molto di “potenziale”, una parola che è sulla punta della lingua di tutti coloro che hanno passato un po’ più di una settimana in Armenia. È un paese che ha del “potenziale”. Ma cos’è questo potenziale ? È quello che ci danno a vedere quando lasciano la città di Gyumri distrutta per 25 anni ma costruiscono le nuove, immense, sedi ministeriali lungo via Varges Sarkisyan ? Dov’è il potenziale di un paese che si dissangua per via dell’emigrazione, in cui bisogna sempre pagare il funzionario corrotto per aprire un bar o un ristorante ? L’Armenia è un po’ così : fa talmente simpatia alla gente che alla fine ci si accontenta di trovare qualcosa di buono ogni tanto e si trascura il resto. Si dice : sì, è un paese povero, ma ci sono delle imprese che fanno un gran bel lavoro, e molti giovani programmatori informatici sono davvero in gamba. Ma basta per ridare dignità a un paese ?

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